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Scultura

Gli anni Trenta furono per Brancaccio un periodo non solo di partecipazione a importanti rassegne artistiche e di crescenti consensi critici, ma anche di intensa ricerca in campi diversi.

Se in lui l’adesione alla poetica del ‘Novecento’ trovò sbocchi di non trascurabile originalità come dimostra soprattutto la serie dei ritratti e delle composizioni con figure eseguita tra il ’33 e il ’38, ciò dipese, almeno in parte, dal fatto che in lui lo “studio del museo” si tradusse in una sperimentazione di tecniche e di soluzioni pittoriche condotta con rara sicurezza di intuito e di impegno artigianale.

Va ricordato che la realizzazione dell’affresco alla Triennale d’arte decorativa di Roma nel 1936 e quello nel ridotto del teatro di San Carlo di Napoli nel 1939 furono preceduti dall’assiduo studio della pittura parietale romana, documentato, tra l’altro, da alcune interessanti prove di affresco che vengono per la prima volta presentate alla mostra del 2006 Omaggio a Giovanni Brancaccio- Napoli Castel Nuovo.

Alla prima metà degli anni ’30 appartiene inoltre un gruppo di sculture di grande interesse.   Si tratta di una decina di terracotte e di tufi in cui accanto alla lezione di Arturo Martini- già segnalata da Di Genova- affiora una certa vicinanza all’arcaismo etruscheggiante di Marino Marinio (si confronti, ad esempio, l’Autoritratto di Brancaccio con il volto dell’uomo nel Popolo di Marini, del 1929), rispetto al quale, però, la plastica del napoletano appare meno bloccata in esiti di astrazione e di fissità psicologica e più attenta invece alla notazione di carattere realistico.