Raffaele Carrieri

Ho conosciuto di persona ieri notte a Milano Giovanni Brancaccio. Dovrei scrivere riconosciuto perché mi è apparso, nell’’estrema affabilità e naturalezza, un parente stretto di Pompei prima della pioggia di cenere. Nato a Pozzuoli ha i millenni che si merita. Io faccio una distinzione profonda fra i meridionali nati l’altro ieri e i meridionali antichi come siamo noi due.


    Un libretto con una ventina di riproduzioni di quadri suoi era sparito nel fiume di carte che mi circonda e travolge. Poi alle carte si erano aggiunti scatole di iniezioni, pillole e ricostituenti vari. Le sue immagini dipinti si confondevano nella mia mente: lumi, cocomeri, donne erranti verso il mare, donne quasi notturne come quelle dipinte da Goya alla fine della vita.
    Una vigilia di Natale di molti anni fa mi arrivò da Napoli un pacco: una trentina di incisioni originali di Brancaccio. L’idea che mi ero fatta di Brancaccio non era sbagliata. Un piccolo prestigiatore con attivissime mani. Gli oggetti d’’uso quotidiano erano incisi con estrema finezza: un segno ad un tempo fermo e mobile rendeva la forma e l’’anima di ciascuna cosa. Un gruppo di queste incisioni era dedicata al Circo. Cent’anni d’’incisioni avevano logorato il tema. Gli arlecchini di Picasso dipinti dopo il 1910 avevano rinfrescato il repertorio. Poi erano apparsi i pagliacci di Rouault con la loro pesante struttura e piombatura. Le maschere di Brancaccio oltre a rivelare una tecnica perfetta erano prive di retorica.
    Una fervida intesa fra immagini e misure, fra espressione ed emozione. Un illusionismo ottico alimentato da un chiaroscuro emotivo.
    I suoi personaggi del circo mi ricordavano l’’alberghetto della mia infanzia a Taranto frequentato da acrobati e saltibanchi. E’ nella famiglia degli acrobati che ho visto i primi giocolieri giapponesi in vestiti più ricchi di quelli dei vescovi. Sulla pista agitavano dei bastoncini di bambù su cui giravano due dozzine di piatti: non ne cadeva uno. I cinesi prima d‘iniziare gli esercizi recitavano una pantomima con maschere di neve. Dal cielo, a parte la neve, avevano colto altre cose: uccelli e fiori sui vestiti. Una ricchezza felice che è quella della natura quando fa un giardino; e in questo giardino fa scorrere le acque, e nelle acque mette pesci ed ogni sorta di corolle galleggianti. Una specie di Piedigrotta giapponese !

    Ogni tanto a larghi intervalli ricevo una cartolina da Napoli che mi manda Brancaccio: una cartolina con una veduta a colori sempre la stessa: una casa bianca e rossa circondata da palme e con molte finestre. La più alta di queste finestre sta sopra una torretta, e Brancaccio, fra le due persiane, non si dimentica mai di apporvi una crocetta. Vuol dire, ti aspetto !.
    Da quanti anni devo andare a trovare Giovanni e la moglie Diana a Posillipo? Da una dozzina d’anni, in primavera, mi vedo affacciato alla finestra della torretta come un vecchio capitano di mare a riposo. Finalmente, finalmente!
    Non mi manca niente: due adorabili amici che mi vogliono bene. Bella vista fra palme fiori e scogli; polipi alla Luciana a mezzogiorno, spaghetti al sugo di seppia – una meravigliosa specialità di Diana – a cena. Non parlo dei vini, fritture, mozzarelle, provole e provoloni perché potrei piangere di rabbia.
    Invece, niente! La casa che dovrei abitare sta dentro una cartolina e le persiane restano chiuse. Quando le cartoline di Giovanni stentano ad arrivare vuol dire che il mio amico è in viaggio.

    Le comparse di Brancaccio a Milano sono saltuarie ed imprevedibili. Ogni tanto spedisce una cassa di tele e fa una mostra. I pittori meridionali che espongono a Milano sono parecchi e spesso si fanno precedere da lettere che annunciano le cose loro con una certa abbondanza di particolari. Brancaccio non solo non scrive lettere, ma è discreto per ciò che riguarda il suo lavoro. In una delle sue ultime mostre a Milano alla Galleria Gian Ferrari ha esposto una trentina di tele, la maggior parte nature morte. Gli oggetti che dipinge sono gli stessi che per tanti anni – io sono pazzo di Napoli! – ho visto nelle mie passeggiate diurne e notturne: caffettiere, lumi blu, cestini d’uva e d’insalata di cappuccio, tazze, bricchi, zuppiere, terraglie di Sorrento che servono da supporto e letto nuziale a scorfani e capitoni. Di queste cataste aromatiche e fluttuanti Brancaccio è maestro. Una materia in permanenza mossa, gremita, madreperlacea, con tutti i semi scoperti da cui nasceranno nuove polpe e forme: crete, farfalle, triglie, e donne maculate simili a pantere. Talune confusioni di sembianze e oggetti che riempiono i suoi spazi a me fanno più piacere di certe frigide invenzioni contemporanee: meglio un’anguria che un ossicino di pollo cifrato.
Ho appena lasciato a Napoli Diana e Giovanni: un distacco che Torquato Tasso avrebbe potuto aggiungere alla Gerusalemme Liberata. Mi sono affacciato più d’’una volta alla finestra della torretta di Posillipo come un vecchio Pulcinella quasi guarito. Dovevo essere morto da alcuni mesi, invece non solamente ero vivo ma pure allegro e leggiero. Avevo sospeso a Napoli tutti i prodotti farmaceutici che mi portavo dietro in una valigetta. Accidenti a loro. Evviva Brancaccio e don Salvatore.
    Ogni volta che andavo a trovare don Salvatore a Mergellina con Giovanni e Diana mi sentivo le ali ai piedi. Vedo ancora intorno a noi ceste di ostriche e cozze, piattoni di vongole, triglie dei Faraglioni smaltate in celeste e oro come antichi gioielli orientali.
    Due volte al giorno don Salvatore ci mostrava nella camera della morte della sua meravigliosa cucina i tesori del mare, tesori tutti elastici profumati e vivi: grandi cefali e trigliette, gamberoni, polipi, spigole e i capitoni di raso blu-verde. Sedersi a tavola e mangiare da don Salvatore a Mergellina era una festa a più riprese e provocazioni!
   
    Trascorrevo le ore di riposo nel castelletto di Brancaccio. Dopo il caffè si scendeva nello studio tutto dorato dalle cornici, centinaia di bellissime cornici scolpite e sbalzate simile ai palchetti vuoti del Teatro San Carlo durante una prova di Mozart. Cercai invano fra i dipinti di Giovanni Il Venditore di uccelli che mi aveva tanto colpito in una Biennale a Venezia. C’erano, invece, telette e tavolozze con scene di tramonti venerei: alcove improvvisate fra nasse e barche, ragazze mitologiche piuttosto carnose dai fluenti capelli neri, bozzetti poco più grandi di una cartolina con Pulcinella amante tradito. Veramente di bozzetti del genere ce n’erano parecchi; e io, con gli occhi socchiusi, rivivevo attraverso i pulcinellini di Brancaccio i miei sogni.
    I poveri meridionali della mia infanzia erano tutti colpevoli come Pulcinella: una popolazione di colpevoli che avevano eletto per capo il  cafone del paese di Acerra. I poveri meridionali impegnavano il letto per far fronte ai debiti: Pulcinella non pagava nessuno. I poveri meridionali non dicevano bugie: Pulcinella mentiva in tutte le ore. Mentiva quando era sveglio e quando dormiva. Mentiva quando sognava di essere stato visitato dagli angeli, che invece di spade, portavano sulle ali i numeri combinati in serie per le vincite al lotto. I poveri meridionali credevano nel  paradiso e nell’inferno; specialmente nell’’inferno, ritenendosi colpevoli.
    Ma torniamo allo studio di Giovanni con il torchio per le incisioni e i fogli sparsi con le immagini fresche d’’inchiostro: a parte i Tori e l’Arena, c’erano due mezzi busti femminili e un nudo di ottima qualità. Non abbiamo avuto occasione durante i nostri incontri di intrattenerci su Goya: ma Goya deve essere stato uno dei suoi maestri prediletti, non soltanto come acquafortista principe. Riappare nei dipinti attraverso gli anni maturi di Brancaccio. Una certa foga drammatica, un certo capriccio nella scelta degli soggetti.
    Ma in questo veloce scritto non ho voluto affrontare un esame della sua complessa opera. Qualche occhiata, qualche ricordo, qualche odore fra crepuscolo e sera delle nostre passeggiate napoletane. Che piacere essere amico di un uomo come Brancaccio. Lo so cara Diana che la finestra della tua torre a Posillipo mi attende.

Raffaele Carrieri