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dipinti

Presentazione dell'opera pittorica di Giovanni Brancaccio

Quando Brancaccio cominciò a dipingere nel 1927, prese le mosse stilistiche dalla pittura seicentesca napoletana (luci ed ombre), come si può vedere nel Ritratto di mio padre (1927) e in Studio (1927).

Nel 1930 egli operava già con in mente un suo realismo, che aveva lontane ascendenze in Caravaggio e in Velasquez (presenze che per secoli non lasciarono la pittura napoletana), come si può notare nei chiaroscuri de La Madre (1930), ma nella sua pittura si rivelavano già chiare ricerche di sintesi affini alle tendenze dei pittori settentrionali << Novecento >> (Anselmo Bucci, Achille Funi, Pietro Marussig, Ubaldo Oppi, Mario Sironi), i quali affermavano di << proclamarsi italiani, tradizionalisti, moderni >> e di << volere fermare nel tempo qualche aspetto nuovo della tradizione >>. Notevoli esempi della pittura di Brancaccio di allora:  Nudi (1932) e Confidenze (1932). Altri importanti di dipinti di allora: Figura con natura morta (1932); Il maniscalco (1932); Studio di nudo (1933); Bambina con fiore (1933).

Dal 1936 al 1940, Brancaccio è professore nel Liceo Artistico della sua città per il Disegno di Figura, ed è incaricato contemporaneamente, all’Accademia di Belle Arti per l’insegnamento dell’Incisione.

Intanto (dal 1933 fino al 1938), recandosi a più riprese sul posto (a Pompei, a Ercolano e al Museo Nazionale Archeologico di Napoli) Brancaccio si dedica alla ricerca del segreto della Pittura murale dei romani. (A questo proposito vedere l’articolo di Antonio Videtta: Visita a Brancaccio in << Taccuino delle Arti >>, agosto 1957, Roma). Il pittore si è molto avvicinato alla tecnica della pittura pompeiana, come dimostrano alcuni esempi dei suoi lavori che egli conserva nel proprio studio a Posillipo.

Nel 1936, egli esegue un piccolo affresco alla Triennale di Milano.
Nei primi anni trenta, Brancaccio è un pittore affermato che si esprime ad alto livello, con caratteri stilistici ben definiti, pienamente in possesso del proprio mestiere con la sensibilità particolare che contraddistingue le vere personalità artistiche.

Ma, a partire dal 1935, per un fatto singolare (il quale dimostra che le vicende intime e sentimentali di un artista possono influire in modo determinante sul suo mondo e sui suoi contenuti e sulle sue stesse forme stilistiche – i casi storici simili sono numerosi -), Giovanni Brancaccio avendo incontrato Dora, colei che fu la sua prima moglie e che – pur essendo napoletana – aveva tutte le caratteristiche somatiche di una veneta, cominciò a dipingere in un alone che rievocava la pittura veneta, ma modernissimamente, rivelando appunto che si può creare in arte opere nuove e vitali (come aveva fatto, del resto, Picasso ispirandosi ai veneti e agli spagnoli del passato) << volendo fermare nel tempo qualche aspetto nuovo della tradizione >>.

E’ certo che Brancaccio giunse a questo assunto per dono naturale, senza conoscere la teoria degli artisti della  tendenza  chiamata << Novecento >>.

Così, questo pittore partenopeo, ricco delle doti particolari degli artisti più validi della sua terra, per il felice incontro di cui ho detto sopra, comincia a dipingere con i procedimenti tecnici dei grandi veneti del Rinascimento. Questi sono i maestri scelti dal Brancaccio sia per la tecnica sia per il mondo da lui rappresentato. (La fortuna degli autodidatti di talento sta nel scegliersi i propri maestri). Ma in luogo delle Veneri e delle principesse, egli rappresenta una calma serena vita borghese dove appaiono: Autoritratto (1934); Dora (1934); Donna allo specchio (1936); Zia e nipote (1936-37); Donne alla finestra (1936-37); Giovinetta che suona il mandolino (1937); Ritratto (1937), che è il ritratto della sua prima moglie; Scena campestre (1937-39); Giubbetto rosa (1937); L’abito antico (1938). In queste opere c’è la saggezza, la bonomia, la naturalezza, la visione serena del mondo di
Brancaccio, rappresentato con raffinate velature che fanno ricordare la maestria di Palma il Vecchio.

Ma, agli inizi del 1939, Giovanni Brancaccio perdette la moglie, che morì di parto dando alla luce il figlio Ettore. La tragedia familiare fu superata dall’artista soltanto tramite la pittura. Per un caso fortunato assai raro, nel 1940, il pittore conobbe una modella che aveva caratteristiche fisiche simili a quelle della defunta consorte; soltanto che, oltre ad essere bruna, aveva l’incarnato più freddo.

Così si prolungò il fattore favorevole dell’influsso della pittura veneta in quella di  Brancaccio, ma  non  si  creda  che  il  suo  modo  di  dipingere   fosse   una << maniera >> di derivazione dai musei oppure realizzata addizionando alcuni dati della cultura. Brancaccio dipinse in quegli anni profondamente d’istinto, con una passione viva, una misurata ebbrezza della beltà muliebre e dei doni della Natura.

In questo modo il suo dipingere con caratteristiche tecniche affini ai maestri veneti del Cinquecento, caratteristiche filtrate attraverso la conquista della luce dei grandi Impressionisti, si protrarrà nell’opera di Brancaccio anche nei primi anni della guerra. Osservate particolarmente Ritratto di giovinetta (1940); Nudo disteso (1942); Donna allo specchio (1942);  e Nudo-Studio (1943). Sarà la sua straordinaria fuga dalla terribile realtà degli orrori della guerra. Fuga propiziata appunto dall’incontro con la magnifica modella. Lo stupendo splendore di quei corpi femminili fatti d’ambra, diafani per la loro preziosa trasparenza, da quanto mai tempo si vedevano più, belli per semplice e sublime materia, nella pittura italiana. E’ una verità lampante questa, che molti hanno lasciato sfuggire perché Brancaccio, uomo orgoglioso, non si è mai mosso per sollecitare l’attenzione di chi doveva essere attento. Per fortuna alcuni, allora e prima ancora, avevano saputo apprezzarlo adeguatamente,e, fra questi, Ugo Ojetti e Cipriano Efisio Oppo.

La pittura veneta solleciterà ancora la fantasia e la maestria di Brancaccio, una pittura però con accenti nuovi spagnoli (viva di echi goyeschi) e napoletani insieme. Osservate infatti il mirabile Autoritratto con Diana del 1944. La bella pittura, la squisita materia e l’innata eleganza hanno qui accenti altamente felici.

IL PERIODO ESPRESSIONISTA


Ma la guerra assurda con le sue tragedie, in lunghi periodi del 1942 e del 1943 impedì, con tutta la sua violenza, a Brancaccio di applicarsi serenamente.

Questo periodo di tormento interiore generò in Brancaccio il mutamento della sua visione della realtà e nel modo di rappresentarla. Egli operò nei suoi dipinti una trasfigurazione del mondo reale; giunse ad esprimere la vita con uno stile agitato affine al barocco.

Nel 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, Brancaccio rispecchia nei suoi dipinti,  indirettamente,  la  grande  tragedia  in  corso.  Per  necessità  istintiva, egli si sente portato a creare nuove forme sotto l’influsso di  un  suo  personale << espressionismo >>, che ha radici nel barocco napoletano, ma è ricco di sprazzi luminosi tipicamente suoi. Dipinge scene di vita all’aperto, le quali hanno caratteristiche mitologiche drammatiche. Sono visioni che riflettono il tumulto suo interiore, esplosioni di vitalità intensa.

Certamente ha influito su lui, tornandogli spesso alla memoria, anche un episodio della sua vita militare. Infatti nel 1935, richiamato alle armi per addestramento, nell’avvicinarsi con un plotone di soldati ad un corso d’acqua, si trovò di fronte ad una scena indimenticabile. Alcune giovani donne, convinte di essere lontano da ogni vista, completamente nude stavano facendo il bagno nel ruscello, mentre altre discinte assistevano sedute a riva. Accortesi della presenza dei soldati, con urli ed agitazione grande, si buttarono addosso i panni e si diedero a fuggire verso luoghi più coperti dalla vegetazione. Quella scena di ninfe fuggenti nei boschi sotto un cielo a striature luminose e fosche, rimase indelebile nella mente del pittore. Il quale, da allora, ripeté questo tema con numerose efficacissime varianti in cui si sbrigliò tutta la sua fantasia.

Di questo periodo i dipinti più memorabili sono: Bagnanti (1942); Donne in riva al mare (1943); un serie di piccoli quadri intitolati Bozzetto (dal 1943 al 1951); Naufraghi (1943); Colpo di vento (1944); Le streghe (1945); Ratto d’Europa (1947); Bagnanti (1947); Capanno sulla spiaggia (1950); Tramonto (1951).

Intanto, nel 1943, Brancaccio, alla Quadriennale di Roma, aveva incontrato Diane Luise (una sua ex allieva dell’Accademia), pittrice assai dotata, che divenne poi sua moglie, una compagna ideale sia per il lato affettivo sia per la comprensione che sempre richiede il temperamento non facile di un artista.

In quell’epoca l’<< espressionismo >> del pittore, ebbe impulsi in altre direzioni, anche queste altamente produttive e con esiti spesso felici. Allorché nell’immediato dopoguerra vi fu ognidove un rifiorire di vita e di attività civili. Immaginiamoci Napoli subito dopo la guerra, - che alla città e al suo popolo aveva arrecato danni immensi -. La popolazione ebbe modo di sbrigliare la sua inventiva, di avviare i suoi avventurosi commerci; volle divertirsi ed inebriarsi nelle sue favole, nelle luminarie e nei suoi fuochi d’artificio; Brancaccio non fu insensibile a quanto gli accadeva intorno. Partecipò con entusiasmo nella popolata solitudine del suo studio, alle vicende e agli spettacoli della vita della sua città.

Hanno particolare rilievo tra le opere di questo periodo: Bozzetto per il teatro napoletano (1946); Dopo il veglione (1947); Le comparse (1947); Vecchio teatro napoletano (1947); - il teatro è sempre stato un punto di riferimento  nella  produzione del Nostro -; Dietro la tenda (1947); Gruppo di << Pulcinella >> (1947); Donna con maschera (1947) Pulcinella all’osteria (1948); Teatrino (1948); In sartoria (1950).

E’ questo un itinerario di creazioni figurative parallelo al ribollire d’invenzioni dell’<> di Marotta e alle commedie e farse di Eduardo.

Altri dipinti di Brancaccio dallo stile espressionistico di memorabile importanza sono: Ricordo di Capri (1948); Carnevale a Bardonecchia (1951); e il grande dipinto ad olio Vendemmia (1951-52), che si trova alla sede centrale della Banca Nazionale del Lavoro di Milano.         
 
IL PERIODO EUCLIDEO

Verso il 1953, il pittore sente la necessità di esprimersi in un modo nuovo, entro un ordine geometrico più aderente alla sua più profonda natura. Nasce così il particolare << Cubismo >> di Brancaccio. I suoi quadri assumono misure spaziali euclidee, nelle sue immagini subentra qualcosa di misterioso e di mitico. I gesti dei suoi personaggi alludono ad alcunché di fatale e duraturo, ma, soprattutto, è la qualità della sua pittura che subisce uno scatto di valori più alti ed intransigenti. Qui il Brancaccio parla un suo linguaggio magico, quello di una personalità che ha trovato l’accento e il tono giusto nell’esporre le sue idee con valori formali assoluti. I colori squillano come quelli di un classico.

Brancaccio da allora fino ad oggi, nei temi e nelle forme, pur avendo – e come potrebbe non averne? – qualche affinità con qualche contemporaneo, ricorda e somiglia soltanto a Brancaccio.

A partire dal 1953, si possono contare a decine le sue opere di alto livello stilistico e di grande qualità pittorica.    

Ci possiamo limitare citando: Omaggio a Diana (1953); Venditore di uccelli (1953-54); Venditrice di uova (1954); Pittore nello studio (1955); Natura morta con coppa bianca (1956); Tavolo del prestigiatore (1957); Cestino con frutta (1957); Fruttiera con pere (1957); Pesci e frutti di mare (1957); Natura morta con conchiglia (1958); Natura morta con fruttiera (1959); Figura in giallo (1959); Cestino con fruttiera (1960); Grande nudo (1960); Natura morta con pesci (1960); Fiori (1963); Natura morta azzurra (1963); Natura morta con ferro da stiro (1964); Tavolo del pescivendolo (1964); Natura morta con scorfano (1965); Lumi (1965); Ragazzo con gallo (1965); Natura morta con cestino (1965-66); Paniere con uova (1968); Natura morta con la caffettiera (1968); Tramonto con figure (1969); Natura morta con gabbia (1969); Venditore di maschere (1969); Tavolo in cantina (1969); Donne sulla spiaggia (1970); Figura (1970); Vecchi lumi e scatola (1970); Tavolo in cucina (1970) Ragazzo con gallo (1970) Vecchi lumi (1970) Ritratto di giovane donna (1970); Natura morta ovale (1970).

Meritano di essere ricordate, fra tutte le opere che Brancaccio ha realizzato dal 1945 ad oggi, le Nature morte dove appaiono i lumi, che tanta parte hanno avuto nel suo mondo dove, spiegandoci con una idea di Giacomo De Benedetti, << le cose hanno cominciato a significare per il pittore qualcos’altro da ciò che possa essere ricordato alla loro immediata presenza, e a dirgli che quell’altro, quel segreto, quella realtà seconda è la qualità che le rende veramente degne di essere raffigurate>>. Brancaccio ha saputo rappresentare quella seconda realtà, ha rivelato lo spirito degli oggetti, il valore emblematico di essi, e dei loro colori sconfinanti nella metafisica, la loro vita intensa nei loro rapporti misteriosi, esprimentesi con un linguaggio fatto di silenzio inaccessibile, ma per questo non meno illuminante -, un mondo parallelo a quello delle lampes care a Léon Paul Fargue e a quello delle bottiglie predilette da Morandi. In certi oggetti affini al loro spirito i poeti e gli artisti sanno trovare le loro ninfe Egerie.

Davvero straordinaria è la produzione artistica di Giovanni Brancaccio dalla fine della guerra a oggi. La sua pittura, così impegnativa e riuscita, così felicemente riassuntiva di tutte le sue esperienze passate, pone decisamente questo maestro fra i più validi nostri artisti contemporanei. E’ quasi un miracolo che una pittura di tanto squisita qualità possa avere vita in un ambiente rimasto tanto distaccato dalle arti figurative come è quello odierno di Napoli, per di più portato ultimamente ad orecchiare le tendenze effimere propalate dai rotocalchi. Inoltre l’ostinata ricerca di Bancaccio ha vinto da tempo, ma con una sicurezza sempre più radicata ed ampia, la corrente contraria della male intesa tradizione napoletana.

La pittura napoletana con Brancaccio torna alla grande tradizione. E’ viva, vitale e magica a un tempo come la vera vita di Napoli. Le sintesi di questo artista recano l’atmosfera colma degli elementi poetici degli uomini, dei luoghi e delle cose, infusi di luce mediterranea, in cui egli ama vivere, riconoscersi, ispirarsi.

Di fronte ai suoi dipinti, il nostro spirito respira in un clima armonioso come davanti ad un bello e solenne spettacolo della Natura. In essi s’impone il risultato di sapienti studi e ricerche alimentati da una chiara visione generata da un sereno mondo interiore, unito a un gusto innato. I suoi colori sono alcuni fra i più tipici di Napoli: il celeste lapislazzuli, il rosso pompeiano, l’azzurro di Pozzuoli, il tenerissimo << giallino >>, il rosso borbonico, colori vibranti che destano la memoria e la fanno rievocare luoghi, cose e momenti favolosi.

Brancaccio è un artista che non s’adegua ai tempi, ma al tempo. Egli non si sperde nei moti d’improvvisate estetiche, avendo un suo carattere, un proprio nome, le sue convinzioni e una propria dignità estetica, oltre ad una fisionomia d’uomo e d’artista di grande onore.

Fa piacere scrivere di una personalità matura, ma viva e polemica con argomenti validi, come si trattasse di un giovane fedele ai propri ideali e cosciente della propria scelta estetica.

Il clima europeo delle pitture di Brancaccio partecipa delle esperienze del primo Novecento e del Cubismo e ha saputo assimilare stilemi insoliti nella nostra tradizione, eppure la personalità di questo pittore è ben riconoscibile, completa e significativa, avendo conquistato, attraverso innumerevoli esercizi, uno stile inconfondibile.

Pensando al Sud italiano nel campo della pittura, il nome di Brancaccio, unito a quello di pochi altri, si afferma indiscutibilmente. Non per nulla gli sono stati conferiti - oltre a molti altri – riconoscimenti quali il Premio Bari e il Premio Bagutta per le Arti. Riconoscimenti davvero meritati da un pittore che lavora secondo una propria ispirazione, entro un proprio mondo (che esalta gli aspetti eterni della propria terra, e per questo giunge ad interessare un pubblico internazionale), mantenuti fertili senza dispersioni, senza volerci affliggere con angosce più o meno sentite.

Nella compattezza delle sintesi di Brancaccio, la sua genuina ispirazione rimane viva e suggerisce molteplici riferimenti culturali (senza far sfoggio di cultura ed intellettualismo) di fronte alle cose e alla Natura. Le belle composizioni (svolte su un misurato sfondo geometrico non privo di variazioni e di fantasie) e laintensa materia dei suoi dipinti e della sua produzione grafica possono adornare – oltre che dare risalto e valore al luogo dove sono stati collocati -, con funzioni altamente decorative, le pareti di una casa modernissima. Si tratta d’un arte ricca di ottimismo, diffondenti stati d’animo in armonia con le creature e le cose che ci circondano, molte delle quali sono di grande bellezza: una comunione saggia con la vita.

Costituisce una lezione di conservazione dei valori integrali dell’uomo e dell’artista ritrovare nelle opere di Brancaccio sempre intatta così autentica vitalità pittorica, forte di qualità irreprimibili, che nessuna moda può mutare (pur non conoscendo la massima di Cocteau: << Ce que le public te reproche, cultive-le: c’est toi >>, Brancaccio l’ha attuata) perché l’autore è in possesso di uno stile la cui presenza avrà lunga durata. Qualità che sorgono in Brancaccio da un personale senso della vita (e della pittura che per lui è un altro e migliore modo di vivere), che egli interpreta e rappresenta in modo essenziale attraverso le caratteristiche ( trasfigurate spesso in modo metafisico) dei temi rappresentati.

Le figure femminili, i ragazzi dei bar, le maschere, i vecchi lumi, le nature morte con pesci od uccelli sono per lui pretesti per creare intense liriche pure, piene di simboli, allusioni, corrispondenze e analogie che al posto delle parole hanno (alla pari con le forme cubiste-metafisiche) colori ora espressionistici, ora tonali, ora puri, ora fusi insieme, sempre colori sonanti di vita essenziale.

Ah, che piacere parlare di un pittore che conosce tutti i segreti del proprio mestiere, che ama il proprio mondo (senza prendere in prestito da altri i temi di moda – come molti fanno – senza neanche averli chiaramente appresi per ottenere successo ed essere d’attualità), ed esalta i propri soggetti, i propri colori! Giovanni Brancaccio è un artista vero, che si muove dentro una sua aura estremamente comunicativa, quell’aura della sua infanzia e adolescenza a Pozzuoli in cui andava scoprendo le meraviglie del mondo, quell’aura che ci fa ricordare le parole di Saint-John Perse:
-      Simon l’’enfance, qu’y avait-il alors qu’il n’y a plus?
Plaines ! Pentes ! Il y Avait plus d’ordre ! E tout n’ètait que règnes et confins de lueurs. Et l’’ombre et la lumière alors ètaient plus près d’’ être une même chose…
Et les hommes remuaient plus d’’ombre avec una bouche plus grave, les femmes plus de songe avec des bras lents.  

Soprattutto quando Brancaccio sperimenta, egli sa trasformare nei suoi dipinti, disegni, litografie, incisioni il proprio temperamento. Egli arriva a trarre dalle persone, dai luoghi e dagli oggetti l’essenza vitale, la serenità che egli predilige.